Nel secolo appena trascorso il ruolo esistenziale dell'uomo-lavoratore è stato fatto coincidere con il ruolo sociale, annullando l'individuo ed ergendosi a dovere necessario per raggiungere un obiettivo che non è appunto della singola esistenza, ma del potere sociale.

Alla fine della seconda guerra mondiale, il ruolo e il dovere sociale erano anzitutto legati all’apprendimento di un mestiere al quale dedicarsi con serietà e rigore.
I tempi erano duri, fame e miseria sfiguravano il nostro paese già straziato da due guerre sanguinose e devastanti.
Il lavoro e l'imprenditoria illuminata di quella generazione ferita e realista hanno condotto ad un “ben d'essere” che sarebbe stato poi disgraziatamente ridotto a ben-essere. La differenza non è appena semantica, bensì di postura di pensiero.

Il “ben d'essere” implica una certezza, una stabilità che a prescindere dalle condizioni socio-economiche e affettive rendono una persona semplicemente seria e impegnata verso la realtà che vive e percorre.

Il riduzionismo a ben-essere è invece da considerare figlio di un pensiero piuttosto debole ed estetizzante. Si tratta della riduzione epidermica dell'essere bene al fare bene, del lavorare al fare efficace.
Si potrebbe infatti chiamare il benfare, ossia l'ossessiva corsa all'efficacia che ha caratterizzato gli anni pre-crisi per qualche dollaro in più o per un pugno di euro...

Ma ecco il coup de théâtre della Storia...

A partire dal 2008 il dovere-ruolo, d’improvviso, non consiste più nel lavoro.
La crisi ha svelato il grande inganno dell'efficacia senz'anima, del fare senza essere, dell'identità necessaria uomo/lavoro.

Anzi, il lavoro ha incominciato a mostrarsi come un desiderio peccaminoso, irrealizzabile.
Il “posto fisso” - invece che flessibile e temporaneo – oggi è economicamente insostenibile; è per questo che ogni qual volta si prova ad affermare con leggi balbettate e demagogiche tale necessità (in particolare per i giovani) la società occidentale, fondata (almeno un tempo) sul denaro, muore ancora un po'.

E chi tenta di battere strade più rischiose, ma al contempo rispettose del sistema nella sua totalità, rischia la barbara fine dei lungimiranti Biagi e D'Antona.

Questo è un chiaro segnale che la pianificazione sociale pre-crisi si fondava e prevedeva per ciascuno l’assegnazione di un ruolo/identità con cui si andava in pensione o nella tomba.

Un tempo, in una società prettamente contadina, generare molti figli era un vantaggio per l'economia agricola; nell’odierna società in crisi, non solo è inutile, ma per giunta svantaggioso - ovviamente sempre per l'economia e lo Stato (a)sociale.

Eccoci giunti al cuore della questione, al peccato originale di cui oggi soprattutto i giovani pagano le amarissime conseguenze: il rapporto inversamente proporzionale tra potere ed educazione e altresì direttamente proporzionale tra potere e addestramento.
Gli adulti, negli ultimi trent'anni, spingendo i propri figli a definire un'identità di ruoli, hanno pensato esclusivamente al raggiungimento di posizioni di potere, potere che ha sempre come cuore pulsante il bisogno di dominio.
L’intero sistema educativo occidentale è stato pervaso da questo pensiero, quello di generare donne e uomini del fare la cui unica identità fosse quella corrispondente al ruolo agito qui e ora.
Si è addirittura piegata la biologia a questo scopo, definendo come necessita biologica dare un ruolo sociale ai giovani.

Addestrarli a un comportamento specifico e immodificabile, braccia meccaniche del potere economico di turno.

Cosa vuol dire tentare invece di proporre una educazione nuova, adeguata ad ogni aspetto della persona che non può mai prescindere dall'emotività, dal desiderio, dalla sua inevitabile relazionalità?
Questo tipo di educazione alternativa al potere può rappresentare la sola via di uscita da un contesto che è sempre più impregnato dal lezzo della putrefazione del ruolo FORMATIVO del padre...

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